DISCRIMINATION AND DISPARITIES di Thomas Sowell (Recensione)

In altrI scritti ho già fatto riferimento all’abuso che i cosiddetti “progressisti” di piantone con le redini del potere in mano, o di quella tifoseria solitamente di parte, commettono ed intendono imporre alla gente di come si deve e non si deve comportare e perfino esprimere. Nel campo delle libertà di espressione, quelli del “politicamente corretto” vogliono proibire alla gente di parlare con naturalità, come s’è sempre fatto perché, secondo la loro visione, i termini ai quali siamo abituati a ricorrere spontaneamente, sovente sarebbero offensivi, dunque, “politicamente scorretti”. E così, non si limitano solo a relativizzare le interpretazioni dei termini ma, da un’esagerazione all’estremo, si arriva al culmine di voler introdurre un linguaggio grottescamente neutro perché non sarebbe equo usare espressioni che per natura suonano al maschile, ciò che a sentir loro, danneggerebbe il sesso femminile.

Nessuno, tuttavia, si preoccupa del fatto – questo sì, concreto – che introducendo questi nuovi neologismi storpiati, in molti casi semplicemente impronunciabili, deformerebbero profondamente non solo la nostra bella lingua, ma  andrebbero a danno soprattutto dei ciechi che affronterebbero le loro particolari difficoltà nella lettura in braille. Del resto, come giustificare la coniazione di espressioni di evidente matrice ideologica assolutamente eccentriche come femminicidio  che a me sembrano del tutto prive di un senso logico? Infatti, tale pratica, secondo me, così come le nuove mode che a pretesto della cosiddetta inclusione sociale promuovono oltre alla psicologia sociale perfino quella forma paranoica dell’ideologia di genere, non sono altro che i singoli tasselli di un più grande mosaico degenerativo dell’ingegneria socialea cui si riferiva Stalin – e non solo -, ora, per la realizzazione dell’ambizioso progetto favorevole al neo collettivismo, il quale non conclama più di unirsi all’assalto delle istituzioni, contro la proprietà privata a partire dalle barricate, ma attraverso il più moderno e sofisticato marxismo culturale.
 
Allora, visto che il tema è un saggio sulla discriminazione e sulla disparità, ci si può legittimamente chiedere per quale singolare motivo io inizio questa recensione, parlando di questa famigerata neolingua orwelliana? Ebbene, è proprio di questo che si tratta, anche se l’economista liberale Thomas Sowell nel suo libro non ne parla esplicitamente, ma lo si deduce fin dalle prime pagine, dal fatto che in tutto il suo testo, l’autore americano di colore, non esita a riferirsi esplicitamente sempre ai negri e non agli Afro Americani  come il linguaggio “politicamente corretto” dettato da certi bianchi indottrinati, vorrebbero imporre, censurando qualsiasi persona che osi mantenere un linguaggio tradizionale che a loro non vada a genio.
 
Da tener presente che questo autorevole intellettuale, nato in Carolina del Nord nel 1930, avendo perso il padre poco prima della propria nascita, ed avendo sua madre già altri quattro figli, era stato adottato da una parente che con le sue due figlie più grandi lo avevano allevato. Non aveva ancora dieci anni quando questa famiglia si era trasferita dal Sud a Manhattan e precisamente nel quartiere di New Harlem – che proprio allora si stava trasformando nel marginalizzato ghetto dei negri che arrivavano a New York. E, a diciassette anni per ristrettezze economiche aveva dovuto interrompere i suoi studi. Dopo aver servito sotto le armi nella guerra di Corea, al rientro era riuscito a riprendere gli studi di sera ed in seguito al profitto dimostrato, riusciva ad entrare nella prestigiosa Università di Harvard.
 
Per cui, secondo le sue stesse ammissioni, date le condizioni dell’iniziale difficile destino, in un ambiente piuttosto critico, avrebbe potuto seguire un percorso del tutto diverso.  Invece, oggi è uno dei più rispettati autori liberali e le sue oltre trenta opere sono state tradotte in diverse lingue – non in italiano, perché nel nostro caro Bel Paese – come si sa – la lettura di per sé non è già molto diffusa, ed alloro, la letteratura liberale proprio non gira…  Detto ciò, essendo uomo di colore, avendo dovuto salire i gradini sociali con i propri mezzi, gli si deve riconoscere non solo il notevole merito, ma anche il diritto di rifiutarsi a ricorrere a quello strano linguaggio barocco, egli descrive il proprio stato di “negro”, senza tanti giri di parole, nel modo più naturale, senza complessi o di bizzarra autocommiserazione, ma dicendolo in modo naturale, come gli sembra più corretto e come si è fatto per secoli, senza che nessuno debba per questo sentirsi diminuito. Infatti, grazie alla nuova stravagante moda, ormai si arriva a certi banali eccessi, in cui c’è gente che vorrebbe mettere al bando addirittura espressioni come Black Friday, per timore di urtare qualche individuo di colore; di fatto, si sta arrivando davvero al grottesco, senza considerare che dietro a certa ingenua quanto maliziosa stoltezza, in realtà, si cela una certa velata forma di discriminazione che, di fatto,in fondo, rivela un benevolente razzismo.
 
Un altro aspetto di ambigua discriminazione, ed in questo caso, sì, Sowell ne parla in maniera effusiva, non solo in questo specifico saggio, è sulle famose quote che i demagogici politicanti di turno riservano alle singole minoranze, non solo di distinte origini etniche, di colore, ma anche di genere (quote rosa), di inclinazione politica, di fede religiosa, di preferenza sessuale, di estrazione sociale e via dicendo. Non ci sono dubbi che si tratta di evidenti forme discriminatorie che hanno per finalità l’inutile pretesa di rimediare alle aleatorie circostanze della vita, producendo fra l’altro un’altrettanta ingiusta esclusione di individui spesso meritevoli a favore di altri individui non necessariamente meritevoli. E tutto ciò con l’illusione di poter compensare ingiustizie casuali, con altre ingiustizie assurdamente determinate e pianificate. Così, gli impostori si rendono responsabili, impedendo ai più competenti, ai più intraprendenti di approfittare delle opportunità che si presentano a caso od alle quali ambiscono, e per le quali si impegnano, considerandole più convenienti alle proprie inclinazioni naturali. Per cui, questi certi demagoghi si avvalgono di preconcetti assolutamente iniqui, compromettendo le più concrete attitudini spontanee a cui altri individui più predisposti. È un metodo che va a scapito del puro merito e solo premia la militanza.
 
L’autore descrive molto bene come in questo nostro mondo, tutto è dinamico e che la mobilità sociale non dipende necessariamente da prerequisiti di un Popolo ed individui e che i risultati non possono essere contemplati come questioni razziali, ma che dipendono da tutta una serie di condizioni, certo di ambiente, di opportunità, ma che sono soggette anche a scelte individuali. Di fatto, in altri tempi, il progresso ed il benessere erano privilegi di Popoli che oggi, magari sono fra quelli meno avanzati. La civiltà del Nilo, in passato, è già stata la più sviluppata del suo tempo, così come quelle della Mesopotamia, della Valle dell’Indo o del fiume Giallo ecc. Oggi, però, vediamo come la Cina e l’India, stanno facendo notevoli progressi, liberandosi del secolare ritardo in cui erano rimaste. Ma lo stesso si può dire delle zone che erano abitate dagli Arabi, dai Greci dai Romani, mentre allora, per esempio, l’Inghilterra era popolata da autentici barbari e secoli più tardi, da questo stesso Paese avveniva la rivoluzione industriale, grazie alla quale tutti noi abbiamo raggiunto la modernità.
 
Sowell dedica anche diverse pagine all’ambiguità con cui certe interpretazioni vengono falsate dalle statistiche che molto spesso vengono sfruttate per dimostrare qualcosa od il suo diretto contrario, come l’inferiorità o la superiorità di diverse etnie e Popoli, mentre tutto è solo una questione di momento o come dice lui di asimmetrie. Non per niente, a seconda di come le statistiche si presentano, ed egli espone diversi esempi, queste possono interpretate in modo da dimostrare valori assolutamente controversi; infatti, ciò che può valere nell’ambito di determinati gruppo di individui, può non valere per i singoli individui che li compongono, a seconda dell’analisi che se ne vuole fare.
 
Del resto, nei Paesi come il nostro – ma non solo -, come pure in quasi tutta l’Asia, fino ad alcuni decenni fa, predominava un diffusissimo analfabetismo; un caso diverso è quello del Popolo Ebraico che oggi, a ragione, viene considerato, fra i più importanti contribuenti alla cultura, delle scienze, mentre in passato la loro era considerata una sotto razza e veniva fortemente discriminata al punto di essere indotta ad un isolamento nei famosi ghetti, dai quali non potevano nemmeno uscire in determinati orari. Eppure, non superando l’1% della Popolazione mondiale, nella seconda metà del Secolo XX, ottenevano 22% dei premi Nobel della chimica, 32% della medicina e della fisica. Nella mia particolare interpretazione, il loro successo è dato da due importanti fattori: il primo che condiziona anche il secondo era che si trattava del Popolo del Libro, quando la semplice lettura era limitata a pochissimi personaggi di una élite, per cui, gli Ebrei godevano il vantaggio dell’abilità di saper leggere e scrivere, prerogativa che ha potuto rivelarsi con le libertà che hanno dato accesso alle opportunità che prima non godevano.
 
Pertanto, ciò dimostra che non si tratta di una questione di disporre innati prerequisiti o meno, ma che il progresso asimmetrico ed il conseguente benessere sono dinamici, ed inoltre, sono anche passeggeri. Infatti, Paesi che in passato erano sottosviluppati, come, per esempio la Corea od il Giappone, oppure come i Paesi oggi ricchi dell’Europa Occidentale, ora vantano uno sviluppo che altri Paesi in passato potenti, molto più sviluppati e ricchi, nel frattempo non lo sono più, anzi. Ed egli specifica che questi Popoli che si distinguevano per civiltà, potenza, ricchezza e sviluppo, non è che abbiano perso i rispettivi prerequisiti, ma sono solo stati danneggiati da contingenze, come amministratori e governanti che avevano perso la saggezza o non hanno favorito l’innovazione: chi si ferma, rimane indietro.

Sowell spiega inoltre come la diversità è un fenomeno naturale; infatti, perfino gli individui alla nascita potrebbero essere considerati tutti allo stesso livello; tuttavia, per tutta una serie di circostanze aleatorie, anche i figli degli stessi genitori evoluiscono in maniera del tutta distinta; così, le disparità si formano in modo inevitabile. Gli stessi individui tendono a fare le loro proprie scelte che contribuiscono a condizionare i loro risultati. Infatti, non è per caso, per esempio, che tre quarti dei diplomati nel campo dell’insegnamento sono costituiti da donne, mentre tre quarti dei diplomi di ingegneria vanno a uomini; e queste  stesse distinte evoluzioni avvengono fra i Popoli e le Nazioni, in funzione di tutta una serie di vicende ed opportunità nel tempo.

Eppure si continua con la fallacia secondo la quale, gli umani sarebbero tutti uguali, mentre Sowell espone bene come gli umani siano tutti diversi; non solo per scelta: chi nasce in montagna, in pianura, vicino al mare, in collina, in valli bagnate da fiumi; chi decide di rimanervi e chi emigra; chi sceglie una carriera e chi ne sceglie un’altra, per cui le disparità sono di fatto qualcosa di intrinseco dell’umanità; del resto, altrove anch’io ho osservato come ognuno è costituito da un organismo particolare che non si ripete, ragione per la quale, non abbiamo tutti le stesse sensibilità, le stesse inclinazioni, né le capacità di interpretare la realtà e quindi di fare le proprie singolari scelte ed eventualmente di pentirsene e sostituirle con altre preferenze nel tempo e nello spazio. Ciò dovrebbe già dimostrare che disparità non equivale a discriminazione.

Le stesse regioni geografiche non sono mai uguali e non solo perché il sole vi nasce prima o dopo; alcune zone sono molto fertili, altre sterili; alcune abbondano di acqua che in altre è scarsa o non c’è; altre ancora sono soggette ad inverni lunghi e rigorosi; a giornate alternativamente lunghe e soleggiate o giornate corte con poche ore di sole a seconda del luogo d della stagione; altre si caratterizzano per le temperature torride; oppure, con stagioni oltremodo secche o molto umide; alcune subiscono fenomeni sismici; in altre  sono frequenti le tempeste; in altre ancora avvengono alluvioni… Dunque, gli umani devono imparare a convivere con i rispettivi fenomeni, adattare il proprio modo di vivere a seconda delle circostanze e ciò, inevitabilmente condiziona le rispettive formazioni. Per cui, quindi, contrariamente a quanto sostengono gli egualitaristi, Sowell giustamente conclude che le disparità non sono un’eccezione, bensì, la regola.

Eppure, gli ostinati devoti della cosiddetta uguaglianza, puntuali difensori di una certa presunta giustizia sociale partono dal principio che non solo possono intervenire, mododificando le stesse leggi della natura con l’arbitrario tentativo di eliminare d’ufficio le naturali disparità, attribuendosi in modo abusivo anche i titoli per imporre non tanto parità di opportunità – che sarebbe del tutto legittimo -, ma si aggiudicano perfino il subdolo diritto di determinare parametri, dettare norme e proibizioni, senza ammettere che altri possano sviluppare interpretazioni contrarie a loro sulla propria realtà. Ecco gli impostori si considerano depositari di verità rivelate di ciò che è giusto, equo; di ciò che gli individui possono o non possono e perfino cosa devono pensare ed a quali condizioni gli individui devono adeguarsi, secondo i loro propri criteri ed in questo contesto, determinano addirittura i veri significati  che si debbono attribuire alle espressioni. Coloro che osano opporsi alla loro agenda, contraddire la loro vulgata, o solo pensare con la propria testa, sono tacciati come nemici della società.

L’autore critica la insistente fallacia secondo la quale i capitalisti si arricchiscono grazie allo sfruttamento dei poveri; infatti, ciò viene smentito dal fatto che dove si concentrano più ricchi, non sono altrettanto numerosi i poveri. Non è un caso che negli Stati Uniti dove il numero di miliardari è cinque volte superiore, per esempio, a quelli che si contano in Africa ed in Medio Oriente; d’altro canto, anche i più poveri negli Stati Uniti godono di un livello di vita immensamente superiore ai poveri del cosiddetto Terzo Mondo; del resto, nei Paesi  governati dai marxisti non si trovano lavoratori che possano vantare un livello di vita analogo a quello dei loro colleghi americani.

Sowell contesta la narrativa che certi aspetti del degrado derivi dal Capitalismo; infatti, spiega che perfino determinate patologie sociali che erano in franco declino durante anni, decenni e addirittura secoli, grazie a politiche liberalizzanti, ovvero che non ostacolavano la virtuosa libera iniziativa negli anni ’60, avendo tale modello permesso un evidente generale miglioramento delle condizioni di vita, negli Stati Uniti, per esempio, anche i tassi di criminalità erano enormemente diminuiti: fino all’inizio degli anni ’60 gli omicidi si erano dimezzati in rapporto agli anni ’30. Tuttavia dagli anni ’60 in poi, fino agli anni ’80, in seguito all’introduzione di restrizioni ed imposizioni di nuove norme sociali, i tassi di violenza hanno iniziato ad aumentare di nuovo. A questo proposito, cita il monumentale trattato di Steven Pinker  BETTER ANGELS OF OUR NATURE (Il Declino della Violenza). A titolo di esempio, cita casi di fair play (lealtà nello sport) in vigore allora, mentre oggi quelle pratiche non si usano più. Inoltre, osserva che a Londra in tutto l’anno 1954 si erano registrate solo dodici rapine a mano armata, quando a tutti era ancora permesso di acquistare armi da fuoco, mentre più tardi, nonostante fossero state introdotte le restrizioni a tale possesso, nel 1981 quelle rapine erano salite a 1.400 ed a 1.600 nel 1991. Senza contare i violenti tumulti urbani che hanno iniziato a diffondersi in città come Londra e Manchester ed altre città inglesi, dove si generavano sempre più saccheggi ed incendi di case e negozi oltre ad aggressioni a civili ed attacchi alla polizia con bombe Molotov.

Ma non sono solo questi gli indici negativi che aumentando con l’espansione degli interventi pubblici da parte del potere politico di sinistra, nella vita privata della gente, con il solito pretesto di fomentare la solidarietà dall’alto al basso, con la pretesa di sapere meglio cos’è utile  per gli individui e, con il pretesto di meglio poter tutelare gli interessi dei cittadini, sovente sono ridotti a semplici sudditi; non più attori del proprio destino, ma comparse o meri spettatori di programmi elaborati anche all’ombra delle aspirazioni del pubblico. Infatti, un altro aspetto che conferma tale declino sociale è la crescita del numero di madri nubili che si registravano dagli anni ’60 in poi, ma soprattutto a partire degli anni ’80, non solo negli Stati Uniti, ma simultaneamente anche nel Regno Unito, in Francia, Svezia, Norvegia, Danimarca ed Islanda dove si moltiplicavano. Eppure, fa notare Sowell, non sono questi governi superficialmente altruisti che avviano concrete importanti conquiste sociali, la più importante fra le quali sui diritti civili; infatti, proprio nel 1964 sotto i governi repubblicani – e non quelli dei democratici, soliti a considerarsi e ad autodefinirsi “progressisti” -, avevano promosso le grandi riforme a favore della Popolazione discriminata, eliminando politiche razziali restrittive nel Sud, promulgando pure la Legge del diritto di voto a tutti, introdotta nel 1965.

L’autore demolisce pure l’equivoco mito secondo il quale solo programmi di governo sarebbero in grado di combattere la povertà. Non per niente, il contrario è dimostrato dal fatto che negli Stati Uniti la povertà tra la Popolazione negra da un tasso dell’87% del 1940  era sceso a 47% nel 1960. Miglioramenti molto più modesti si erano, invece registrati a partire dall’espansione dei programmi di inclusione introdotti nell’amministrazione del presidente Johnson. Allo stesso tempo, i tumulti nei ghetti negri negli anni ’40 e ’50 non sono mai stati così numerosi, né così violenti come a partire degli anni ’60. Tuttavia, la violenza registrata durante gli 8 anni del governo di Ronald Reagan era diminuita parecchio.

Altro elemento che si deduce da quanto evidenziato da Sowell, conferma un ulteriore problema del nostro tempo, caratterizzato dalla crisi di autorità e dall’infiltrazione dell’influenza di nuove tendenze nel sistema scolastico. E sulla politicizzazione che ha invaso le scuole, ora ormai dominate da insegnanti indottrinati all’ideologia socialista, compromettendo il vitale settore dell’istruzione, diversi autori invitano ad una seria meditazione. Infatti, come molto eloquentemente espone l’accademico americano Roger Kimball, le nuove idee, purtroppo, hanno minato un sistema d’insegnamento tradizionale che – come spiega l’autore svizzero Paolo Lionni – negli Stati Uniti era di elevato livello, ma che per influenza della nuova psicologia sociale nata a Berlino dagli esperimenti di Wilhelm Wundt ed introdotta in America da John Dewey con l’aiuto dei Rockefeller – che poi contribuiranno alla costituzione del noto CLUB DI ROMA, secondo il quale “il nemico comune dell’Umanità, sarebbe l’Uomo”… Così, ahimè poco alla volta le idee della narrativa socialista ha diffusamente generato non solo un evidente declino della cultura, ma addirittura il decadimento della stessa educazione perfino nell’ambito della convivenza dei figli con i propri genitori. Già qui nel mio articolo di settembre, mi sono riferito anche all’analisi di Kimball sviluppata nel suo saggio TENURED RADICALS (Radicali di Ruolo), dove espone la grave crisi dell’insegnamento universitario americano, specialmente nell’ambito delle facoltà umanistiche, dove in questi ultimi decenni, purtroppo si sono ostensivamente cavalcate le onde sulla scia della Scuola di Francoforte e del moderno pensiero sociologico di Parigi. Tale decadenza, oggi, coinvolge perfino la capacità di esprimersi, essendosi impoverita la stessa lingua.

In questo contesto, Sowell mette in luce che lo stesso significato di espressioni, acquistano valori distinti a seconda di dove si ricorre ad esse, di chi le interpreta ed in quale intreccio sono inserite, e presenta un esempio che “Povertà” negli Stati Uniti, in termini statistici interpretati da un ricercatore che abbia studiato le condizioni economiche nell’America Latina, può significare uno stato di classe media del Messico, mentre un altro ricercatore orientato più ideologicamente, sostenendo che “Povertà” identifica qualcuno che avrebbe difficoltà di mettere alimenti in tavola; per cui, è lecito chiedersi, come mai qualcuno che non riesce a mettere alimenti a tavola, può essere obeso?

Poi, l’autore riferisce sul fatto che l’economia essendo dinamica, mentre le tecnologie coinvolgono costanti cambiamenti, esse tendono a trasformare l’importanza di certe funzioni: alcune attività sostituite dall’automazione perdono importanza ed allo stesso tempo, dominare il linguaggio necessario per operare le nuove tecniche, così come gli imprenditori sono soggetti ad adeguarsi alle tendenze di mercato, se non si rinnovano, il loro destino non può essere altro che il fallimento; per cui, anche i dipendenti non possono rimanere inerti, ma hanno bisogno di prepararsi alle nuove circostanza e se non hanno un’adeguata preparazione, come per esempio una fluenza della propria capacità di usare e di comprendere un linguaggio adeguato, può risultare un enorme svantaggio in un mondo altamente creativo ed esigente.  

Ed egli aggiunge che per il fatto di esistere soggetti più fortunati di altri meno fortunati, per cui, secondo certi concetti strettamente politici ed ideologici, sembrerebbe giustificato trasferire parte della ricchezza accumulata dai primi a favore dei secondi, si pratica una redistribuzione della ricchezza accumulata secondo criteri essenzialmente politici che in molto considerano discutibili. Anche perché, oggi, più che la ricchezza fisica, conta il valore del capitale umano che ogni individuo possiede in misure distinte e questo tipo di ricchezza, oltre ad essere piuttosto difficile da quantificare – se davvero la si possa misurare oggettivamente -, certamente, non può essere confiscata politicamente.

È comune da parte di certi politicanti elevarsi a paladini dei – chiamiamoli pure – meno fortunati, praticando la generosità mediante la confisca del merito accumulato dei più impegnati, creativi, attivi, competenti, meritevoli eccetera, per compensare coloro che, di fatto, per la logica legge della natura, non si sono sforzati per ottenere ciò che altri hanno saputo fare, con il lavoro e con sacrificio. E qui non si tratta di negare la solidarietà a chi per i capricci del destino, non è in grado di badare a se stesso; a chi ha veramente bisogno di essere aiutato ed assistito, è dovere civico di coloro che ne hanno la capacità ed i mezzi, di dare il proprio spontaneo sostegno. Tuttavia, a chi per natura non ha subito i capricci d tale fortuita sventura, è necessario dare le opportunità di mettersi alla prova con le proprie rispettive potenzialità; è così che gli esseri umani si realizzano; si compiono.

Lo stesso Sowell spiega come numerosissimi individui, in momenti distinti, sono partiti dai propri luoghi di origine, spesso, senza nemmeno una preparazione, senza conoscere la lingua, sono arrivati in suolo americano, e non solo sono stati capaci di soddisfare le proprie primarie necessità, ma hanno avuto successo al punto di sovente superare le stesse condizioni di cittadini americani. E cita l’esempio dei rifugiati cubani che hanno affrontato pericoli e l’incertezza, partendo da condizioni di miseria in patria, mentre qualche decennio più tardi hanno generato un volume di reddito addirittura superiore a quello di tutta la Nazione cubana. Infatti, hanno trovato un ambiente che premiava i loro sforzi che ha permesso loro di raggiungere un livello di vita che non avrebbero nemmeno potuto immaginare. Lo stesso è avvenuto nel XVII secolo quando una moltitudine di ugonotti fuggiva dalle persecuzioni religiose in Francia, giungendo in America con le loro capacità, con il loro capitale umano ed hanno non solo fatto fortuna, ma hanno anche contribuito al benessere di chi li aveva accolti, grazie alle opportunità che questi stranieri avevano trovato.

Sull’altro fronte, invece, egli osserva come una zona prospera come quella di Detroit che in passato ha molto contribuito al benessere degli Stati Uniti, in seguito alle deleterie politiche di una cosiddetta giustizia sociale voluta da politicanti miopi che per populismo ed interessi personali hanno male amministrato quel potenziale di benessere, sfruttandolo fino a far morire la gallina dalle uova d’oro, al punto che oggi, quella stessa zona si è trasformata in una delle regioni più depresse degli Stati Uniti. Per quei personaggi è certamente stato un successo politico, ma a media e lunga scadenza si è trattato, senza alcun dubbio, di un vero disastro economico di loro esclusiva responsabilità.

Egli conclude questo suo eloquente saggio, dedicando le ultime pagine alla questione della schiavitù, osservando che essa non è solo stata praticata nei confronti degli Africani, ma altrettanto spesso da gente della propria origine, mentre oggi la si cita soprattutto in rapporto alla schiavitù praticata dagli Europei che acquistavano gli schiavi africani, venduta loro da altri Africani. La schiavitù, del resto, è stata praticata da millenni, indipendentemente da ciò che alcuni intendono per concetto di razza. Perfino Europei, in passato sono stati messi in schiavitù, mentre attualmente la politicizzazione di una certa tendenza, si riferisce solo alla schiavitù ed alle precarie eredità subite dai negri americani; e con ciò vengono vittimizzati affinché la questione possa essere usata da altrettanti ambigui politicanti che spesso sfruttano l’argomento creato un clima di inimicizia e per dividere bianchi da neri, generando risentimento ed odio razziale.